Nel 2025, l’HIV non è più un’emergenza sanitaria globale, ma resta un indicatore preciso di disuguaglianza. Lo si vede con chiarezza nell’Unione Europea, dove la battaglia contro il virus si gioca su due fronti opposti: da un lato la prevenzione avanzata e capillare di Paesi come la Spagna, dall’altro le fragilità strutturali del Sud-Est europeo, dove stigma, burocrazia e flussi migratori continuano a rallentare i progressi.
L’Europa, nel suo complesso, ha ridotto drasticamente le nuove infezioni negli ultimi dieci anni. Ma sotto la superficie dei dati si apre una frattura che non è solo sanitaria: è politica, economica e culturale. Nei centri di Atene e Sofia, dove i reparti infettivi operano al limite delle risorse, i medici parlano di “emergenza silenziosa”. A Madrid, invece, le autorità sanitarie festeggiano la discesa del 60% dei nuovi casi in un decennio e l’arrivo della PrEP in farmacia.
Intanto, i tagli ai fondi internazionali e la crescente pressione migratoria rischiano di invertire la tendenza proprio nei Paesi più esposti. L’HIV, oggi, è meno una malattia e più una cartina di tornasole del sistema sanitario europeo: dove il welfare tiene, il virus arretra; dove si allentano le maglie dell’assistenza, torna invece ad avanzare.







