L’analisi dell’Istat stando alla quale l’85% dei 2,9 miliardi destinati al taglio della seconda aliquota Irpef previsto dalla legge di Bilancio 2026 finisce alle famiglie dei due quinti più alti nella distribuzione del reddito? “Non è un’analisi metodologicamente aderente all’impianto dell’Irpef” perché “fotografa la dimensione familiare” mentre l’imposta sul reddito è “personale” e “la valutazione redistributiva deve essere condotta sui redditi individuali, non su quelli familiari”. Parola del viceministro con delega al fisco Maurizio Leo, che in un’intervista al Sole 24 Ore derubrica i calcoli dell’istituto di statistica sull’impatto dell’intervento. Sostenendo che “il riferimento al reddito equivalente“, una misura del reddito disponibile delle famiglie corretta per la dimensione e la composizione del nucleo, “è inconferente“. Cioè non pertinente.
L’istituto presieduto dallo statistico Francesco Maria Chelli non commenta. Ma, come vedremo, la contestazione del viceministro fa acqua. Se l’obiettivo è stimare la platea dei beneficiari fiscali occorre ovviamente un’analisi individuale, ma quando – come nel caso dell’audizione dell’Istat – si punta a capire chi beneficia davvero del taglio in termini di benessere economico complessivo guardare alla dimensione familiare è la metodologia standard adottata da tutti i principali modelli di microsimulazione, da quello dell’Ufficio parlamentare di Bilancio a quello della Commissione europea Euromod. Che impiegano come indicatore proprio il reddito familiare equivalente, cioè quello che ogni individuo dovrebbe avere – se vivesse da solo – per raggiungere lo stesso tenore di vita che ha in famiglia. Quel dato, ricavabile dalle indagini italiane ed europee sulle condizioni di vita, consente di confrontare i livelli di reddito di famiglie di dimensione diversa. E di capire, dopo aver ordinato i nuclei in senso crescente sulla base del reddito, come si ripartiscono i benefici generati da una certa misura.











