TRIESTE - Bardati nelle loro tute mimetiche fresche di lavanderia, i turisti stranieri scivolano sulla collina di Grbavica, quartiere serbo di Sarajevo tagliato dal fiume Miljacka, guidati da paramilitari serbo-bosniaci. Si affacciano dalle postazioni dei cecchini sulla città, prendono la mira e sparano. Cacciatori di uomini, donne, bambini, anziani, per puro divertimento. Sarajevo sotto assedio nel ‘93 come un’immensa riserva di caccia per ricchi che hanno fame di emozioni e adrenalina, e che trasformano la guerra in Luna Park dell’orrore. È una scena di Sarajevo Safari, il documentario del regista sloveno Miran Zupanic che sembra uscito dalla mente di uno psicopatico e oggi invece prende corpo in un’indagine sulla scrivania della Procura di Milano avviata dal pm Alessandro Gobbis per omicidio plurimo volontario aggravato da crudeltà, che ha acquisito gli atti del Tribunale dell’Aia sui crimini di guerra e contro l’umanità durante commessi durante l’assedio di Sarajevo.
L’inchiesta nasce dall’esposto dello scrittore Ezio Gavazzeni: 17 pagine datate 28 gennaio riportano la soffiata di un ex agente dei servizi bosniaci, indicato con nome e cognome, e uno scambio di e-mail del 2024 in cui il testimone parla dell’interrogatorio di un volontario serbo catturato. In cinque avrebbero viaggiato con lui da Belgrado alla Bosnia Erzegovina, «almeno tre erano italiani». Le informazioni sarebbero state condivise con funzionari del Sismi, ora Aise, il servizio esterno italiano. Gruppi di turisti partivano da Trieste. Ci sarebbero stati «un uomo di Torino, uno di Milano e un triestino». Il milanese sarebbe stato proprietario di una clinica privata «specializzata in interventi di tipo estetico».













