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Ultimo aggiornamento: 12:57

di Massimo Arcangeli

Torno ancora sulle inaccettabili tracce sottoposte alla prova scritta della sessione autunnale dell’esame di Stato per l’accesso alla professione giornalistica che si è svolta il 28 ottobre alla Fiera di Roma, per la prima volta in modalità esclusivamente telematica. A sostenere la prova 256 candidati, che fra le tracce della sezione Attualità si sono visti proporre la seguente, la prima delle cinque da me denunciate in due diversi interventi: “Migliaia di persone a manifestare nelle piazze di mezza Italia, per il lavoro e per la Palestina, con grande ordine. Poi, immancabilmente, le violenze indiscriminate quanto inaccettabili, scatenate da anarchici, antagonisti, collettivi studenteschi. E dai ‘maranza’, un termine dello slang milanese, ora usato a livello nazionale, per definire un certo tipo di giovani, quasi sempre figli di immigrati di seconda generazione, molto spesso di origine africana. Cosa sta succedendo in Italia? Dal mondo politico e sociale quali proposte stanno emergendo per fronteggiare un fenomeno così preoccupante?”.

Su questa incredibile traccia, che non abbisogna di commenti, è ora partita una raccolta firme per un esposto, da presentare all’Ordine Dei Giornalisti, firmato, al momento in cui scrivo, da 96 persone tra giornalisti e pubblicisti. La generalizzazione sui maranza, il passaggio incriminato, viene giudicata dai firmatari “profondamente inopportuna, discriminatoria e contraria ai principi deontologici del giornalismo, in quanto: 1. Veicola e legittima un pregiudizio razziale, associando in modo diretto e arbitrario la violenza e il disordine pubblico a giovani ‘figli di immigrati’ e ‘molto spesso di origine africana’; 2. Rende l’origine etnica un fattore esplicativo del comportamento deviante, una logica che contrasta con la Carta di Roma, con la Carta dei Doveri del Giornalista e con i principi costituzionali di uguaglianza e non discriminazione; 3. Normalizza uno stereotipo linguistico (‘maranza’) che nei fatti è diventato una categoria stigmatizzante, usata per etichettare e marginalizzare adolescenti delle periferie, in particolare con background migratorio”.