L’ora delle decisioni irrevocabili si avvicina. Succede ogni anno, per fortuna sempre più tardi grazie al riscaldamento globale, ma quando scocca dà il via al conflitto sul riscaldamento parziale, quello di casa nostra
Una donna regola il termostato di un impianto di riscaldamento (archivio)
“Fa più freddo in casa che fuori”, dice mia moglie rientrando dal lavoro, e io capisco che l’ora delle decisioni irrevocabili si avvicina. Succede ogni anno, per fortuna sempre più tardi grazie al riscaldamento globale, ma quando scocca dà il via al conflitto sul riscaldamento parziale, quello di casa nostra. Io vorrei non accenderlo mai, per risparmiare, per mettere Putin alle corde (Volete la pace o l’aria calda?), e un po’ anche in omaggio ai bei tempi andati degli Anni Settanta, quando con l’austerity mio padre chiudeva a chiave metà della casa e ci ritiravamo in letargo nell’altra metà.
L’enorme sala da pranzo usata solo a Natale, il salotto dove ricevere gli amici (a Genova, figuriamoci), la camera degli ospiti (idem) e la veranda, esposti ai venti del Nord, diventavano il Sottosopra di Stranger Things, tutto in bianco e nero, con le stalattiti di ghiaccio e inquietanti ululati aldilà della soglia. “Fino a metà ottobre mi rifiuto di accenderlo - avviso ogni anno - non vedi che si sciolgono i ghiacciai e la rotta artica è ancora aperta?”. Poi dico “dai che tra poco è l’estate dei Morti” (ometto l’aggettivo fredda) e arriviamo ai primi di novembre, poi dico “dai che adesso arriva l’estate di San Martino”, e insomma ce l’avevo quasi fatta, ma stanotte a tradimento la calderina si è accesa da sola, si vede che eravamo scesi sotto i 17 gradi. Il viso di mia moglie ha ripreso colore, io ho chiuso il termosifone dello studio, con il berretto di lana e i mezzi guanti si sta benissimo.






