Tra vecchi casi ancora irrisolti e nuove vertenze, spesso frutto di scelte di disinvestimento di multinazionali straniere, la contabilità delle crisi aziendali continua a dividere ministero e sindacati. Da un lato c’è la ricognizione dei tavoli gestiti a livello centrale dal ministero delle Imprese e del made in Italy (Mimit) – 37 attivi e 32 in fase di monitoraggio – dall’altro c’è il censimento periodicamente effettuato da Cisl e Cgil che considerano una platea molto più ampia, includendo i dossier gestiti a livello regionale e quelli sotto l’egida del ministero del Lavoro. Il report più recente, realizzato dalla Cgil, analizza «decine di realtà che hanno semplicemente comunicato la chiusura, senza che siano mai stati convocati tavoli istituzionali» calcolando 96 vertenze nazionali, che coinvolgono oltre 121mila lavoratori.

Numeri a parte, la gestione dei tavoli di crisi continua ad alternare risoluzioni e successi a nuovi progetti di dismissione e a piani di esuberi. Il Mimit si è avvalso negli ultimi anni di una squadra di esperti – dieci consulenti specializzati nelle crisi e dieci nelle politiche industriali – ma gli incarichi sono già scaduti da alcuni mesi e un rinnovo è condizionato al reperimento di risorse per coprire i compensi. Al momento dunque il Mimit procede solo con la sua unità interna dedicata alla gestione delle vertenze, coordinata a livello politico dalla sottosegretaria Fausta Bergamotto.