Il venerdì dello sciopero generale del 12 dicembre prossimo non ha solo l’inconveniente, chiamiamolo così, lamentato dalla premier Giorgia Meloni, fra le proteste del segretario generale della Cgil Maurizio Landini, di precedere il sabato e di allungare così il ponte di fine settimana. Un inconveniente diventato abituale, al quale Landini si illude di potere credibilmente rispondere facendo l’offeso a nome di chi sciopera perdendo la paga di giornata. Che è certamente un sacrificio, per carità, ma evidentemente sempre più sofferto e difficile da ottenere se occorre incentivarlo in quel modo, o facendo cadere lo sciopero di lunedì, sempre con l’effetto di allungare il ponte di turno. E ciò senza che nessuno ne contesti mai i conti e i costi per non sentirsi accusato di fascismo ed eversione per la tutela costituzionale del diritto di sciopero. Condizionato tuttavia al rispetto di una legge ordinaria prevista dalla stessa Costituzione ma che il segretario generale della Cgil ha recentemente rivendicato il diritto di non rispettare. O ha contestato chi ne pretendeva l’applicazione nell’esercizio delle funzioni di garanzia affidatagli.

Il venerdì, ripeto, dello sciopero del 12 dicembre prossimo ha anche l’inconveniente di cadere nel 56.mo anniversario di un altro venerdi. È quello in cui nacque o esplose, come preferite, la cosiddetta strategia della tensione con una bomba nella sede milanese della Banca Nazionale dell’Agricoltura, qui a Milano, in cui persero la vita 17 persone e rimasero ferite 88. Fu una strategia della tensione perseguita col terrorismo, prima nero e poi rosso, finalizzato a destabilizzare il Paese e i suoi governi di turno: da quello presieduto nel 1969 dal democristiano Mariano Rumor a quelli che lo seguirono. Compresi i due governi monocolori democristiani di Giulio Andreotti appoggiati esternamente dal partito comunista di Enrico Berlinguer con una maggioranza denominata di “solidarietà nazionale”. Il cui regista, regolo o come altro vogliamo o possiamo ancora definirlo, fu il presidente della stessa Dc Aldo Moro, sequestrato quasi sotto casa nel 1978 fra il sangue della scorta e ucciso pure lui dopo 55 giorni di prigionia in un covo gestito, fra gli altri, da una donna spentasi in libertà proprio in questi giorni. Vengono i brividi solo a scriverne.