Una pioggia di 458 droni e 45 missili, di cui 32 balistici suborbitali, si abbatte sull’Ucraina ed è il preludio all’inverno. È la “campagna del gelo” di Vladimir Putin. Centrali termoelettriche in fiamme, città al buio, impianti devastati. Tre persone muoiono a Dnipro, un’altra a Kharkiv. Un palazzo di nove piani crolla dopo essere stato centrato da un drone. Tra le vittime ci sono bambini. A Zaporizhzhia, tre civili vengono uccisi dalle esplosioni. Gli impianti della compagnia statale Centrenergo, ricostruiti dopo gli attacchi del 2024, tornano fuori uso. È il nono e il più devastante bombardamento dall’inizio di ottobre: Putin colpisce l’energia per spegnere l’Ucraina e costringerla alla resa. La strategia è evidente: indebolire le infrastrutture, paralizzare i rifornimenti e colpire il cuore del Donbass. Lo Stato maggiore russo lo aveva scritto già nel 2023: Pokrovsk deve cadere. È lo snodo più importante per sfondare la “cintura fortificata” creata nel Donetsk dal 2014 e dilagare verso il Dnipro a ovest.
Chatham House la chiamò “la Corea del Dnipro”, l’idea di dividere l’Ucraina in due Stati come le due Coree, congelando la guerra su una linea di contatto imposta dal Cremlino lungo il grande fiume. Ora quel piano riaffiora. A Pokrovsk la battaglia è feroce, combattuta metro per metro tra le macerie, al costo per il Cremlino di un centinaio di morti per chilometro quadrato. I russi si infiltrano nelle periferie, arrivano da nord, da est, premono su Myrnohrad, forse è la prima volta che usano in modo sistematico le motociclette (si sapeva che ne avrebbero acquistate 200mila per fini militari) per eludere i droni ucraini. Video geolocalizzati mostrano colonne leggere dentro la città: niente mezzi corazzati, troppo facili da colpire. Solo moto e buggy carichi di soldati, armi e rifornimenti. Spesso guidati da reclute inesperte e ex detenuti, se non addirittura disabili come denunciano in questi giorni i media britannici. Carne da macello.







