Negli ultimi anni avrebbe voluto scrivere un libro, un memoriale della sua lunga e immensa vita, piena di tutto e di tutti, sempre a 300 all’ora. Non ce l’ha fatta, non ha fatto in tempo a iniziarlo, quel manoscritto: è arrivato in ritardo sotto il traguardo per questo obiettivo che si era prefissato dopo essere stato valente pilota in Formula 1 e nei prototipi, poi ottimo telecronista per l’allora Fininvest, giornalista puntuale in riviste specializzate, imprenditore con qualche rovescio e persino geniale fondatore di una scuola di guida sicura. Stiamo parlando di Andrea de Adamich che ci ha lasciato a 84 anni, tormentato negli ultimi tempi dai lancinanti dolori alle gambe, retaggi dei terribili incidenti che ebbe durante la prima vita, quella da pilota.

Perché Andrea, nato a Trieste nel 1941 quando la seconda guerra mondiale infuocava l’Europa, affrontò i favolosi anni ’60 a modo suo: guidando monoposto, vincendo nel 1965 il campionato di Formula 3, poi l’Europeo Prototipi con l’Alfa Romeo nel 1966 e 1967 e debuttando con la Ferrari, in Formula 1, nel 1968. «Gli studenti facevano fuoco e fiamme in piazza, io cercavo di farli in pista», ci disse una volta.

Andrea non vinse mai un gran premio ma fu protagonista lo stesso con la Rosse e con team inglesi di prestigio quali McLaren, March, Surtees e Brabham. Due quarti posti i migliori risultati in cinque anni di Formula 1. Enzo Ferrari lo definì così nel raro libro Piloti che gente: «Non senza risultati, compagno di squadra di Ickx e Chris Amon, di de Adamich parlano le furbizie. Poi è diventato ottimo commentatore televisivo e uomo di relazioni pubbliche».