Lui, "leggenda" urbana delle impennate con il TMax nella banlieue di Aubervilliers, e un complice coetaneo sono accusati di essere i due uomini che, travestiti da operai e a bordo di un montacarichi rubato, hanno sfondato la vetrina della Galleria d'Apollo
Maxime Cavaille e Florian Godest Le Gall, avvocati del ospettato del furto dei tesori dalla Galleria d'Apollo del Museo del Louvre
Quando la storia del furto al Louvre sarà scritta (o filmata), non ci sarà spazio per l'eleganza di Lupin, ma solo per la disarmante goffaggine di una banda che ha rubato gioielli per 88 milioni di euro in sette minuti, lasciando più tracce di un picnic al parco. Ma la chicca, l'elemento che sta trasformando la rapina in farsa internazionale, è il profilo del sospettato chiave: Abdoulaye N., 39 anni, noto come "Doudou Cross Bitume", che avrebbe candidamente ammesso di non sapere dove si trovasse esattamente quando ha messo a segno il presunto “colpo del secolo”.
Doudou "Cross Bitume"
Lui, "leggenda" urbana delle impennate con il TMax nella banlieue di Aubervilliers, e un complice coetaneo sono accusati di essere i due uomini che, travestiti da operai e a bordo di un montacarichi rubato, hanno sfondato la vetrina della Galleria d'Apollo. Agli inquirenti, i due (che hanno ammesso una "parziale" partecipazione al furto) avrebbero dichiarato di essere stati solo degli "esecutori", ingaggiati per rubare "dei gioielli preziosi" in un edificio. Non il Louvre. Non il cuore pulsante della storia francese, con i suoi tesori inestimabili. Doudou, insomma, non solo ha lasciato il suo Dna sulla scena del crimine – un dettaglio che fa impallidire qualsiasi piano da professionisti – ma ha anche dimostrato una singolare ignoranza del contesto.








