Dallo scioglimento dei ghiacci (che apre nuove rotte) ai giacimenti di terre rare: un esperto spiega perché il Grande Nord è al centro di tensioni geopolitiche e crescenti appetiti globali
di Michele Neri
3 minuti di lettura
Nel gelido silenzio del Grande Nord si è alzato un frastuono d’acciaio, e la temperatura, sia fisica che geopolitica, sta aumentando vertiginosamente. Lo scioglimento dei ghiacci dell’Artide – quattro volte più rapido rispetto al resto del pianeta – ha scatenato le ambizioni commerciali e strategiche delle superpotenze, facendo di questa zona la sede di una escalation militare senza precedenti dai tempi della Seconda guerra mondiale. Questo nord estremo che include, oltre all’Oceano Artico, le regioni settentrionali di Russia, Canada, Stati Uniti, Groenlandia, Paesi Scandinavi e, indirettamente, i Paesi Baltici, con il ritiro dei ghiacci ha rivelato il proprio potenziale nascosto: giacimenti di terre rare (fondamentali per la tecnologia) e di idrocarburi, l’apertura di vie di navigazione che consentono alle navi di risparmiare settimane. Lo scontro per il suo controllo sta creando tensioni tra le nazioni, come provano gli sconfinamenti di droni e jet russi nei cieli di Lituania, Lettonia, Danimarca e Norvegia, il sabotaggio di cavi sottomarini, oltre a esercitazioni militari via via più sfidanti, sia da parte della Nato che dell’alleanza Russia-Cina. Basi militari dormienti vengono riattivate e nascono fronti comuni, come l’alleanza Nordic-Baltic Eight (NB8, tra gli otto Paesi scandinavi e baltici). A questo epicentro di una nuova Guerra fredda e in cui Stati Uniti e Russia distano meno di cento chilometri, il giornalista investigativo statunitense Kenneth R. Rosen, collaboratore di New Yorker, New York Times e Atlantic, ha dedicato tre anni di ricerca, preliminari al saggio Polar War in uscita in vari Paesi a inizio 2026.






