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Il presidente ambiguo sull'attacco: "Ne dubito". E Trump avvisa la Nigeria: "Basta stragi di cristiani o invadiamo"

Donald Trump continua a lanciare messaggi contraddittori sul Venezuela. Mentre nelle acque caraibiche la US Navy sta ammassando un dispositivo militare formidabile, con la portaerei nucleare Gerald Ford e il relativo gruppo d'attacco, una decina di altre navi da guerra e il sottomarino nucleare Newport News, il presidente torna ad escludere un'azione imminente. «Ne dubito. Non credo», ha detto in un'intervista al programma 60 Minutes della Cbs, lo stesso al quale aveva fatto causa per un'intervista «manipolata» a Kamala Harris, ottenendo 16 milioni di dollari nel patteggiamento con la società madre Paramount.

Eppure, nella stessa intervista Trump ha risposto «direi di sì», alla domanda se i giorni di Nicolas Maduro siano ormai contati. E di nuovo, sulla possibilità di un attacco diretto al Venezuela, dopo i ripetuti bombardamenti mirati contro le imbarcazioni di presunti narcotrafficanti, il presidente non si è sbottonato: «Non vado a dire ai giornalisti se attaccherò o meno». Segnali contraddittori, appunto, dopo che nei giorni scorsi il Wall Street Journal aveva rivelato che i piani per colpire una serie di obiettivi militari all'interno del territorio venezuelano sono già stati tracciati e che lo scopo ultimo di un'eventuale attacco sarebbe proprio la rimozione di Maduro, che a sua volta ha lanciato un appello a Russia, Cina e Iran per fare fronte comune contro «l'escalation americana». L'obiettivo del cambio di regime sembra in apparente contraddizione con la dottrina trumpiana dell'«America First» e il non coinvolgimento in guerre lontane. Ma se nei giorni scorsi la direttrice della National Intelligence Usa, Tulsi Gabbard, intervenendo ad una conferenza in Bahrein aveva assicurato che dopo i disastri in Irak e Afghanistan «la politica americana del regime change e nation building non esiste più», è anche vero che uno degli obiettivi dichiarati della politica estera trumpiana, soprattutto in chiave anti cinese, è la supremazia nel Continente Americano, quell'Emisfero Occidentale già invocato due secoli fa nella Dottrina Monroe.