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L'ex presidente del Consiglio rivendica con orgoglio la propria partecipazione alla Parata della Vittoria a Pechino a fianco di Xi Jinping, Putin e Kim Jong-un: "Se costruiamo un muro con loro, è più difficile esercitare una necessaria influenza"

A inizio settembre la sua partecipazione alla Parata della Vittoria a Pechino aveva provocato una bufera politica in Italia. Eppure Massimo D'Alema, a due mesi da quel viaggio in Cina, non intende arretrare di un solo centimentro: "Era giusto esserci. Chi non è venuto ha commesso un errore, anche perché avrebbe dato meno evidenza alla presenza di Putin", dichiara in un'intervista rilasciata al Corriere della Sera. Anche perché quella "non è stata solo una parata militare e Xi Jinping non è apparso solo in divisa". Anzi: "Si cantava pure Bella ciao" e non si trattava in sostanza di "un raduno anti-occidentale".

Concetto un po' contraddittorio, visto che a quell'evento c'erano anche Vladimir Putin e Kim Jong-un che, come Xi, non rappresentano di certo il non plus ultra della democrazia liberale. E soprattutto tenendo conto del fatto che l'incontro fosse avvenuto in piazza Tenanmen, piazza simbolo dell'oppressione comunista, in un momento storico in cui tanti popoli sacrificano quotidianamente la propria vita per poter vivere liberi dal giogo della dittatura. Resta il fatto che, almeno secondo D'Alema, la Cina non è un pericolo per la pace: "I cinesi non fanno guerre, non bombardano nessuno. Se costruiamo un muro tra noi e loro è anche più difficile esercitare una necessaria influenza nel nome della libertà e dei diritti umani", aggiunge l'ex presidente del Consiglio.