Quando ha deciso di prendere in mano il dossier "Gaza", Donald Trump aveva messo subito in chiaro che il principale obiettivo doveva essere la ricostruzione, far nascere una "nuova Gaza". Il problema però è che questa rinascita passava (e passa) attraverso tre condizioni. Il ritiro graduale delle forze israeliane, il disarmo e la fine di Hamas e la nascita di una forza di stabilizzazione, principalmente araba. Queste tre condizioni, per ora, sembrano molto lontane dalla realtà. L'Idf occupa circa la metà della Striscia, Hamas sta riprendendo il controllo nelle altre zone, e i piani per la forza multinazionale sono in alto mare. Anche perché i Paesi arabi non vogliono svolgere compiti di polizia per conto di Israele e con Hamas ancora armato. E nessuno si muove senza un chiaro mandato, anche delle Nazioni Unite, e senza una strategia.
Nonostante questo, l'amministrazione americana vuole partire con la ricostruzione. E come hanno spiegato le fonti del Times of Israel, l'idea è quella di farlo dalle zone controllate da Israele, cioè a est della "Linea Gialla" e nell'area di Rafah. Il progetto prevede la costruzione di un primo gruppo di zone residenziali dove dovrebbero trasferirsi un milione di palestinesi. Ma il piano ha già trovato il freno dei Paesi arabi, che lo ritengono irrealistico e pericoloso. Da un lato, i palestinesi dovrebbero scegliere se vivere sotto Hamas o sotto l'autorità del Paese visto come il nemico esistenziale. Dall'altro lato, oltre alle difficoltà di spostare centinaia di migliaia di persone e dare loro una vita dignitosa, il pericolo è che la Striscia risulti divisa. E senza alcuna garanzia sul futuro.








