Una tempesta solare perfetta. Siamo nella notte tra l’1 e il 2 settembre 1859. D’improvviso, i telegrafi impazziscono: diversi impianti prendono fuoco, molti operatori restano fulminati, alcune macchine, addirittura, compongono e inviano messaggi a lunga distanza anche senza l’ausilio delle batterie. Complessivamente, la rete telegrafica resta fuori uso per quattordici ore in Europa e negli Stati Uniti. E contemporaneamente succede qualcosa di ancora più inquietante: il cielo notturno si accende di aurore così intense da permettere di leggere il giornale in piena notte: le luci colorate non abbagliano solo ai poli, ma sono visibili fino a Cuba e in Giamaica. Si racconta che i minatori delle Montagne Rocciose – siamo in piena epoca della Febbre dell’oro – vengono svegliati dalle luci all’una di notte e, convinti che sia giunta l’alba, cominciano a preparare la colazione. Perfino gli uccelli, disorientati dai bagliori nel cielo, intonano i loro canti mattutini. Uno scenario, insomma, da fine del mondo, in cui però non è coinvolta alcuna entità soprannaturale.Il caso che abbiamo appena descritto è noto infatti come evento di Carrington e deve il suo nome all’astronomo inglese che per primo, nella tarda mattinata di quel primo settembre, notò la comparsa improvvisa di due luci accecanti sulla superficie del Sole. Responsabile di tutto questo è, come anticipavamo, proprio la nostra stella, o, più precisamente, quello che avviene sulla sua superficie: un ribollire di campi magnetici e plasma incandescente che, periodicamente, può generare esplosioni enormi, noti come brillamenti solari o espulsioni di massa coronale (Cme), che scagliano nello spazio miliardi di tonnellate di particelle cariche a velocità impressionanti. Se questa ondata di energia investe la Terra, come per l’appunto avvenne all’inizio di settembre del 1859, l’interazione con il campo magnetico del nostro pianeta scatena una tempesta geomagnetica che ha come conseguenze, tra le altre cose, la comparsa di meravigliose aurore polari e la devastazione delle infrastrutture tecnologiche.Credit: Esa