«Gettami giù la giacca e il coltello, che voglio vendicare mio fratello... La via è tutta sassi, l’ho fatta l’altra sera a pugni e schiaffi», cantava negli anni Settanta il milanesissimo Nanni Svampa, nato a Porta Venezia, che allora era un salotto e adesso è un quartiere per super ricchi se vai avanti a destra, percorrendo corso Buenos Aires, ma un mezzo suk se giri a sinistra, verso la Stazione Centrale. Il coltello è tornato di casa in centro. Non è più l’arma con cui la mala regolava i conti ma è quella con cui i maranza rapinano i coetanei figli della borghesia.
Maranza è una crasi tra marocchini e zanza, parola che in gergo locale significa imbroglione e ladro. Sono diventati una nuova categoria sociale e sono di due tipi. Ci sono gli immigrati di seconda generazione, che hanno colonizzato le zone intorno alle case popolari di piazzale Selinunte, verso lo stadio San Siro, come il Corvetto di Rami e Fares o la Barona, un tempo regno della ’ndrangheta. Periferia. La loro carriera inizia presto, già alle scuole medie, nei lunghi pomeriggi a zonzo, sempre in branco. Possono ricordare le gang giovanili della New York anni Settanta raccontate da “I guerrieri della notte”, film generazionale cult, ma con una diversità. Le bande non sono in guerra tra loro per il controllo del territorio, quello se lo spartiscono benissimo. La strada è loro e lo straniero è l’italiano che ci cammina, che diventa di volta in volta ragazza da importunare, coetaneo da rapinare, anziano da strattonare. Anche questi ragazzi sono italiani, ma non si sentono tali; non si vogliono integrare e ragionano così: le leggi dello Stato sono per gli italiani, che devono rispettarle, ma noi siamo altro e rispondiamo alle nostre regole, che sono quelle della strada.






