La ragazza si è svegliata. Era in coma da un mese. Da quando, riporto dalla cronaca di Dario Del Porto, «il 30 settembre all’alba, nella villetta familiare di Paupisi in provincia di Benevento, il padre, Salvatore Ocone, ha impugnato un masso di sette chili e ha cominciato a colpire. Ha ucciso la moglie, Elisa Polcino, mentre dormiva. Quindi ha infierito sui due figli: Cosimo, il più piccolo, di 15 anni, e lei. Ha trascinato i due ragazzi giù per le scale, li ha caricati in auto ed è rimasto in fuga per quasi dodici ore, fino a quando i carabinieri non lo hanno trovato. Era a torso nudo, sporco di sangue. Sul sedile posteriore Cosimo era ormai privo di vita. La sorella era stordita, ma viva. Indossava un pigiama rosa».

Ha riaperto gli occhi. Mercoledì (29 ottobre) ha lasciato la terapia intensiva. L’hanno trasferita in reparto, ora può sedersi in carrozzina. Non parla però. Non parla. Le fanno sentire la musica che ama, le hanno portato i pupazzi che aveva in cameretta, accanto a lei si alternano una zia, il fratello maggiore che quella notte non c’era, lavora fuori. Non parla. Sedici anni. Dodici ore. Il corpo del fratello. Il corpo del padre. Il pigiama rosa.

Come si fa. Cosa sono le vite, i destini. Come si fa. Cosa possiamo fare noi, tutti noi, mi chiedo: noi la comunità di simili, noi gli esseri umani suoi contemporanei, suoi connazionali. Noi che avremmo potuto se solo per caso fossimo nati lì, quel giorno, essere lei, oppure sua madre, sua zia, la signora dell’alimentari, l’insegnante della sua classe. Perché sì, certo, la famiglia che resta: il fratello maggiore, la zia. Ma quando uscirà dall’ospedale, questa giovane donna, come farà a darsi un futuro.