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Il ritratto, piuttosto, è quello di un Paese prudente che partecipa con serietà a uno sforzo comune dell'Europa ma senza mettersi l'elmetto né brandire la baionetta

I soldi sprecati per la difesa, anzi per le armi: è questo il punto d'attacco privilegiato dalle opposizioni. Giuseppe Conte ha parlato di spese folli. E il Pd, su questo terreno, segue senza obiettare e senza correggere. Come l'intendenza di napoleonica memoria.

Una disamina oggettiva dello stato delle cose abbisogna di alcune premesse. In primo luogo: ci troviamo nel bel mezzo di guerre differenti ma comunque rilevanti in Ucraina e Africa. E al novero siamo costretti ad aggiungere il Medio Oriente, dove la pace ha mosso dei passi importanti ma non può ritenersi stabile. Va poi considerato come lo scenario internazionale stia cambiando. Non è più quello della globalizzazione. Non è più unipolare. E, per questo, gli Stati Uniti non garantiscono "difesa a buon mercato". Washington, anzi Trump, ci ha presentato il conto. Le potenze globali si trincerano nei propri interessi e quelle regionali difendono con le unghie i propri interessi. In questo mondo che si frantuma e nel quale tornano a contare le zone d'influenza, investire in sicurezza è un obbligo. L'Italia, per di più, si trova al centro del "secondo fronte". Quello che passa dal Mediterraneo e dall'Africa, dove interessi energetici, traffici, migrazioni e presenza russa si intrecciano in un equilibrio a dir poco fragile. Rinunciare a giocare un ruolo nel Mare Nostrum equivarrebbe ad abdicare all'interesse nazionale.