Certo, è dura. Selezionare le fonti, informarsi consultandone più d’una, avere le competenze di base per capire quale sia affidabile. Non dico capire cosa è vero e cosa è falso: nessuno può sapere tutto neppure studiando tutta la vita. Dico decifrare quanto sia informata la persona, l’agenzia, il mediatore, l’istituzione che abbiamo scelto come guida che ci conduca in territori che non conosciamo. Per esempio. Tra Kim Kardashian e la Nasa chi vi sembra più autorevole? Di chi vi fidereste se voleste sapere quando e quante volte l’uomo è andato sulla luna? Io — che sono nata quando c’erano le edicole, i “Quindici” e le enciclopedie di carta che si compravano a rate — direi la Nasa. L’agenzia spaziale del governo americano. Quella dalle cui basi partono, appunto, le navicelle. Ma ecco che Kim Kardashian dice pubblicamente che l’uomo non è stato sulla luna, l’impresa del 1969 non è mai esistita. Ecco che l’amministratore della Nasa Sean Duffy le risponde: gentile signora, ci siamo stati sei volte. Già questo, che la Nasa risponda a Kardashian, basterebbe a descrivere il tempo in cui viviamo. Ma è giusto, perché in questo tempo contano i numeri: tu pesi per quanto seguito hai. Lei, Kardashian, ha 354 milioni di followers. La Nasa 97 milioni dunque è tre volte più debole, sotto il profilo della comunicazione. A chi crederà, la gente? All’influencer o all’istituzione? Domanda retorica, tocca specificarlo. Tuttavia. Il numero di seguaci è una misurazione quantitativa, non qualitativa. Essere capaci di generare consenso è una speciale abilità che non sempre, anzi piuttosto di rado, coincide con la competenza. Saper generare consenso non segnala l’affidabilità di quello che dice chi lo dice. Ma è una battaglia persa. Altro esempio. Sento dire ovunque che se la riforma della giustizia non piace ai giudici allora è una buona riforma: sgominerà i giudici corrotti, incapaci e le lentezze giudiziarie. No, non c’entra niente, non lo farà. Ma la verità non conta. Quanti followers hai?