Silenzio, lacrime, rabbia. Fumogeni e palloncini giallorossi che si librano nell'aria. Poi lo striscione: “Ciao Simone, figlio dei palazzi”. Sono diverse centinaia le persone arrivate a Ostia questa mattina per l’ultimo saluto a Simone Schiavello, il 19enne morto lo scorso 16 ottobre dopo essere stato accoltellato in via Forni, ex roccaforte del clan Spada. Fuori dalla chiesa Regina Pacis ci sono i suoi amici, la famiglia e tutti coloro che in questi giorni hanno pianto la sua morte senza riuscire a trovare una spiegazione. “Nessuno muore finché vive nel cuore di chi vive”, si legge sulle tante magliette bianche con il volto del giovane.
“Ma come si fa a fare una cosa del genere? Come si fa?”, grida il padre Massimiliano tra le lacrime all'arrivo della bara. La madre stringe un cuscino a forma di cuore con stampata la foto del figlio. Ostia piange, chiede giustizia, mentre gli elicotteri della polizia sorvolano il cielo sopra via della Tortuga, dove mercoledì notte è esplosa una bomba carta, proprio davanti al murale che gli amici stavano realizzando. “Siamo arrivati a questo. Non rispettano più nemmeno i morti”, dice un ragazzo con la voce rotta.
“Questo non è il giorno dell'odio”, ricorda il parroco Giovanni Vincenzo Patanè durante l’omelia, provando a dare un minimo di speranza. “È inaccettabile ritrovarci a salutare un ragazzo di 19 anni. È disumano. Ma non dobbiamo rassegnarci”. Tra le mamme dei tanti adolescenti in chiesa, però, prevale il fatalismo: “La cosa più brutta è che la morte di Simone non sarà nemmeno un monito. Tutto riprenderà come prima. Anzi, tutto è già ripreso come prima”.








