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Ultimo aggiornamento: 8:02

La nostra Costituzione è stata un’importante conquista di civiltà: con essa il sistema giudiziario veniva finalmente sottratto al controllo del potere politico e a ogni forma condizionamento, partendo dall’idea che un ordine giudiziario, per garantire imparzialità e tutelare i diritti di tutti, dovesse essere soggetto soltanto alla Costituzione e alla legge. Oggi, con un iter che si è concluso in tempi record e senza alcun confronto parlamentare, viene approvata una riforma costituzionale che ci riporta al passato.

Abbiamo sentito dire più volte, dagli stessi promotori di questo testo normativo, che la riforma non si occupa delle risorse da destinare agli uffici giudiziari, non accelera la definizione dei processi, non affronta le questioni che riguardano l’efficacia e l’efficienza dell’azione giudiziaria. Gli unici aspetti su cui la riforma interviene aprono la strada per un ritorno al passato e pongono le basi per il condizionamento dei magistrati da parte del potere politico.

Sentiamo ripetere che la riforma introduce la “separazione delle carriere” a garanzia della terzietà del giudice, ma la separazione delle carriere esiste da circa vent’anni: è stata introdotta dalla legge Castelli nel 2006 e accentuata nel 2022 con la riforma Cartabia. Oggi cambiano funzione poche decine di colleghi all’anno, su una pianta organica di oltre 9.500 magistrati, ma possono farlo una sola volta nel corso nei primi dieci anni di professione e per farlo devono addirittura cambiare regione.