“A te che odi i politici imbrillantinati / che minimizzano i loro reati / disposti a mandare tutto a puttana / per salvarsi la dignità mondana / a te che non ami i servi di partito / che ti chiedono il voto, un voto pulito / partono tutti incendiari e fieri / ma quando arrivano sono tutti pompieri; / a te che ascolti forse il mio disco sorridendo / giuro che la stessa rabbia sto vivendo / stiamo sulla stessa barca io e te”. Questa canzone di Rino Gaetano si intitola Ti ti ti ti. Fu pubblicata nel 1980, all’interno dell’album E io ci sto, il sesto nella carriera del cantautore, che verrà ripubblicato il 21 novembre a 45 anni dalla sua morte. Fu il suo ultimo disco.
È fin troppo facile dire che quella canzone sembra scritta oggi. Rino Gaetano era nato il 29 ottobre del 1950: avrebbe compiuto 75 anni. Coetaneo di Venditti, De Gregori e di tutta quella schiera di cantautori che hanno segnato gli anni Settanta e oltre. Ma anche il più irregolare, il più irrequieto, il più sarcastico. Diverso da tutto e da tutti.
"Rino Gaetano. Sempre più blu": il doc e il ritratto del genio che cantava l'amore e la provocazione
Rivendicava la libertà di essere ironico fino al paradosso mentre in tanti cantavano la vita in modo pesante e serioso (“Non è facile dire qualcosa in tre minuti proprio perché si dispone di uno strumento fragile come la canzonetta. Se pensi che la gente ti ascolta mentre mangia, o per radio mentre cucina, mentre balla, è distratta per chissà che motivo. In fondo io mi considero solo uno che si guarda e commenta, tutto qui”), ma spiegava che Mio fratello è figlio unico, uno dei suoi brani rimasti impressi nella memoria collettiva, era la canzone “degli emarginati, ma non tanto di quelli tradizionalmente riconosciuti, come i sottoproletari, gli alcolisti, i drogati, quanto noi stessi. Pochi si occupano delle cosiddette persone normali. Mi piace esasperare le cose, amo i paradossi. In fondo Ionesco, uno degli autori teatrale che preferisco, è tutto un paradosso. Dire che mio fratello è figlio unico perché è convinto che esistono ancora gli sfruttati, i malpagati e i frustrati non è demagogia”. Nessun disimpegno, nessuna concessione. Rino osservava e colpiva: la sua arte non era ideologica ma nemmeno neutra.







