È una corsa che somiglia a una processione diplomatica. Donald Trump avanza verso la sudcoreana Busan, dove domani incontrerà Xi Jinping, lasciandosi alle spalle una scia di accordi, sorrisi e promesse miliardarie. A ogni tappa una firma, una stretta di mano, una concessione incrociata: il presidente Usa si costruisce la scena per presentarsi al faccia a faccia con il leader cinese in posizione di forza. Nel frattempo, da Kiev a Tokyo, da Hanoi a Kuala Lumpur, cresce una pressione corale su Pechino perché su sollecitazione americana Xi spinga Putin a fermarsi. A fare, almeno, quello che Trump vuole chiamare "cessate il fuoco", come a Gaza. Un armistizio temporaneo, senza vincitori ma con un protagonista, Trump stesso, l'unico capace di far sedere i nemici allo stesso tavolo.

«Spero che Trump faccia pressione su Pechino perché riduca il sostegno a Mosca», ha detto ieri il leader ucraino Zelensky: «Xi mi aveva assicurato che non avrebbe venduto armi alla Russia, e invece vediamo macchinari, mercenari, elusione delle sanzioni». Parole dettate dall'urgenza di un fronte che si restringe ogni giorno. Pokrovsk è quasi circondata, l'esercito russo avanza otto a uno, e Kiev invoca aiuti finanziari e politici per altri due o tre anni. Ma la partita adesso si gioca altrove: nel triangolo TrumpXiPutin. «Xi può avere un impatto significativo su Putin», ha aggiunto Zelensky. Il pressing ucraino si intreccia con quello dei Paesi asiatici che alla vigilia del vertice Apec cercano di legarsi all'amministrazione Trump 2.0. La premier giapponese Sanae Takaichi ha accolto Donald con tutti gli onori, tra regali simbolici e un'intesa di sostanza: 490 miliardi di investimenti in America, un accordo sulle terre rare, la promessa di Tokyo di portare la spesa per la difesa al 2% del Pil e la candidatura di Trump al Nobel per la pace.