Donald Trump parte per l’Asia con l’ottimismo di chi vuole combinare economia e diplomazia. «Penso che le cose andranno molto bene e che tutti saranno molto felici», ha detto parlando del vertice con Xi Jinping previsto per giovedì a Busan, Corea del Sud. «Sarà un incontro di grande successo, capace di portare veri progressi, non solo parole. Spero in un accordo completo con la Cina». Mercoledì aveva azzardato: «Credo che ora Xi voglia vedere la guerra finire, cosa che forse all’inizio non desiderava». Accanto ai temi commerciali, il punto chiave resta la crisi russo-ucraina. «Spero che la Cina possa aiutarci a fermare la guerra», ribadisce alla vigilia della missione in Asia, da bordo dell’Air Force One. Trump chiede a Pechino di usare la propria influenza su Putin per spingere al un cessate il fuoco, offrendo in cambio di ridurre i dazi americani. È un gioco di leve economiche e politiche.
Il Tesoro Usa definisce «molto costruttivi» i colloqui di questi giorni a Kuala Lumpur tra il segretario Scott Bessent e il vicepremier cinese He Lifeng, pensati per preparare il terreno all’incontro dei leader a Busan al vertice dell’Asean, ovvero l’Associazione dei Paesi del Sud-Est asiatico. Sul tavolo le dispute sui controlli all’export e sull’attuazione dell’accordo “Phase One” tra Cina e Usa del 2020. Trump contesterà le inadempienze di Pechino. Ma punta a ottenere concessioni: vuole aperture sui mercati agricoli e farmaceutici, limiti più stringenti all’export cinese di componenti a doppio uso, garanzie sulla collaborazione nella lotta al traffico di fentanyl. Poi, potrebbe toccare l’argomento scivoloso di Taiwan. Ma la priorità resta l’Ucraina: la Casa Bianca vuole indurre Pechino a ridurre gli acquisti di petrolio russo, leva capace di pesare davvero sulle entrate del Cremlino per alimentare la macchina militare. Se Putin minimizza l’impatto delle sanzioni su Rosneft e Lukoil («Non incideranno granché, la nostra economia si è adattata»), Trump è persuaso del contrario e porrà a Xi la domanda del secolo: accetti o no di comprare meno petrolio dalla Russia in cambio di meno dazi americani alla Cina? Il viaggio asiatico è costruito come un mosaico di pressioni e aperture. Prima tappa la Malesia. Trump cerca sponde nell’Asean e garanzie sulle catene di fornitura strategiche. Poi in Giappone, per discutere con la premier conservatrice Sanae Takaichi di semiconduttori e tecnologie critiche. Infine la Corea del Sud, dove oltre al vertice con Xi resta aperta l’ipotesi di un incontro con Kim Jong-un, il dittatore nord-coreano. «Sono disponibile, al cento per cento - ha detto Trump - se può aiutare la stabilità regionale». Non ha dato certezze, così come neppure da parte cinese c’è la conferma del bilaterale con Xi. Ma su Kim, Donald si è sbilanciato a modo suo: «È difficile comunicare con una società così isolata, se volete diffondere la voce io sono aperto. Non hanno un grande servizio telefonico in Corea del Nord». In ogni tappa, la logica è quella di usare la leva economica per ottenere risultati geopolitici. Trump ha minacciato dazi fino al 155% sui prodotti cinesi dal 1° novembre, se a Busan non si farà un accordo almeno provvisorio. Secondo la Reuters potrebbe includere l’alleggerimento delle tariffe o l’impegno della Cina a acquistare soia e Boeing. Washington, in cambio, potrebbe consentire l’export di chip di fascia alta verso Pechino, che a sua volta potrebbe allentare i controlli sui magneti di terre rare che hanno irritato Trump. In Usa si moltiplicano le mosse per esercitare pressione, come nuove indagini sulla conformità cinese agli accordi del 2020, o le restrizioni aggiuntive su TikTok. Il principio è sempre la pace attraverso la forza economica. Il rischio, un’escalation commerciale in assenza di pax sino-americana e di garanzie sul fronte ucraino. Ma Trump si dice fiducioso, vuol essere il leader che guida il mercato globale e impone la tregua duratura, anche in vista del Nobel per la Pace 2026. «Se la Cina vuol essere parte della soluzione, faremo la storia», ha detto, lasciando intendere che l’accordo con Xi potrà diventare il fulcro di una nuova architettura diplomatica globale.











