Per la destra israeliana, la pena di morte nei confronti dei terroristi è un pallino da sempre. Un obiettivo che in questi due anni di guerra è stato congelato per evitare dibattiti e problemi con difesa e intelligence. Ma ora, con le armi quasi ferme a Gaza (ieri si sono registrati raid nella zona di Khan Younis) e con gli ostaggi vivi tornati in patria, la maggioranza è pronta a premere di nuovo sull'acceleratore. Spinta anche dal pressing dei "falchi" e in particolare del ministro della Sicurezza interna Itamar Ben-Gvir. L'ufficio del capo della coalizione, Ofir Katz, ha detto che la Knesset dovrebbe discutere della nuova proposta già la prossima settimana. E dopo il dibattito in commissione, ci sarà una votazione.

La coalizione è «profondamente impegnata a far approvare la legge il prima possibile», ha sottolineato Katz. E l'impressione è che questo voto possa essere un nuovo momento di svolta per il governo di Benjamin Netanyahu, con una tregua a Gaza che resta fragile e un Paese che si aspetta di andare a elezioni in meno di un anno. Per Israele si tratta di un tema spinoso. Ben-Gvir è da mesi che preme su Netanyahu per discutere la legge. Dopo l'attentato a Gerusalemme dello scorso settembre, il leader del partito Otzma Yeudith aveva ribadito la necessità di un nuovo giro di vite. Nel partito di estrema destra era stato già chiesto di istituire tribunali speciali in grado di comminare la pena di morte. Netanyahu aveva sempre chiesto di posticipare qualsiasi tipo di dibattito per evitare guai nelle trattative con Hamas, quando ancora bisognava arrivare alla liberazione dei rapiti vivi ed evitare che fossero messi in pericolo. Uno scenario, questo, ipotizzato dai servizi e confermato poi dall'ex ostaggio Bar Kuperstein, che ha detto che i suoi aguzzini lo avevano picchiato brutalmente come vendetta per il trattamento riservato da Ben-Gvir ai prigionieri palestinesi.