TREVISO In un paesaggio di professionisti del rugby piuttosto omologato c’è invece in Tommaso Menoncello qualcosa di ancora artigianale, spontaneo. Un po’ quel profumo selvatico di erba e di terra dei campi di provincia, contro la fredda asetticità dei moderni manti sintetici. Tommy da Quinto di Treviso, ventitrè anni, è un ragazzo semplice. Sport, famiglia, morosa, con i piedi taglia 47 ben piantati nella realtà nonostante la considerazione riservatagli non solo dai tifosi, ma ormai anche da tecnici e specialisti di tutto il mondo ovale che conta.

Sul campo è intenso, ruvido, come direbbero i veci: ignorante. «In partita mi affido all’istinto, cerco di non pensare», racconta dal ritiro azzurro di Verona, «sono competitivo da sempre, perdere non mi va proprio e questo mi spinge a dare sempre il cento per cento. Oltre al rugby fra Benetton e Nazionale non resta molto tempo libero, lo dedico soprattutto ad Anna e a vedere gli amici, anche per staccare la spina. La notorietà? Capita che mi venga chiesto un selfie o di ricevere dei messaggi nei social. Si può gestire, anzi mi fa piacere. Spesso sono ragazzini appassionati come lo sono stato io».

Tutto comincia nel settembre 2011. Tommaso è un energico difensore del Quinto, che quell’estate però chiude i battenti per fallimento. I signori Menoncello si guardano in giro perchè il vivace bambino a nove anni ha senz’altro bisogno di sfogarsi con lo sport. La società più vicina a casa si trova a Paese. Ma lì si gioca con palloni ovali. «Il calcio mi piaceva, mi immaginavo in serie A, ma con il rugby mi sono appassionato fin dal primo giorno. E’ stato un colpo di fulmine».