Poveri sinistri, è proprio un periodaccio, non gliene va bene una. Meloni qui, Trump lì, schiaffi da tutte le parti e a tutte le latitudini. Per riscattare almeno in parte queste amarezze autunnali, restava solo la grande speranza di Buenos Aires, con le elezioni legislative in Argentina: Milei non era uscito bene dal turno amministrativo di poche settimane fa, poi qualche inchiesta aveva lambito la sorella, e c’era un gran rullo di tamburi per celebrare l’inevitabile (pensavano) sconfitta dell’uomo della motosega. Era tutto pronto: «Svelato il bluff», «non poteva durare«, «smascherato l’illusionista», «turboliberismo archiviato». E avanti con pensosi commenti sulla «ricetta che non poteva funzionare». Più- compreso nel prezzo - qualche corteo della Cgil con annessa strillata di Landini. Purtroppo per loro, però, adesso si tratta di cestinare tutto questo materiale precotto.
Come Libero vi spiega oggi, il partito di Milei non ha solo vinto, ma ha stravinto: oltre il 40% dei voti e 15 sonanti punti di vantaggio sulla coalizione peronista-progressista. E adesso come si fa? Ci si può solo attaccare (no, non a quello che avete pensato voi, screanzati!) all’affluenza bassina e alla necessità di un minimo di trattativa con i partiti minori. Ma ognuno comprende che si tratta di dettagli. La verità (dolorosa per i compagni) è che l’avventura del presidente argentino appare addirittura sensazionale. Diciamolo onestamente: quasi nessuno avrebbe scommesso sulla sua prima vittoria. Ancora: quasi nessuno avrebbe scommesso sul fatto che un suo governo potesse durare e addirittura ottenere una conferma elettorale. E soprattutto quasi nessuno avrebbe scommesso sul possibile successo dei suoi programmi: e invece i dati economici dell’Argentina sono clamorosamente brillanti. A denti stretti – ma con numeri inequivocabili a suo favore – in tanti sono stati via via costretti a riconoscerglielo.










