Le Borse corrono e anticipano la stretta di mano fra Trump e Xi Jinping, giovedì in Corea del Sud. Shanghai sale di oltre il 2%, Hong Kong supera il 3, Tokyo tocca i massimi da agosto. È il sintomo più visibile di un clima che cambia: gli investitori scommettono su un’intesa tra Stati Uniti e Cina e su una tregua nella guerra dei dazi che ha scosso per mesi l’economia globale. La prospettiva di un accordo tra i presidenti americano e cinese a Busan ha riacceso fiducia e aspettative.

L’ARRIVO A TOKYO

L’Asia trattiene il fiato: Trump è atterrato a Tokyo e oggi incontrerà la nuova premier giapponese Sanae Takaichi, la prima donna alla guida del Giappone, eletta il 21 ottobre dal Parlamento dopo le dimissioni di Fumio Kishida. Conservatrice, vicina agli ambienti industriali e alla difesa, Takaichi punta a rafforzare l’alleanza con Washington e al tempo stesso a difendere l’autonomia tecnologica di Tokyo. Per lei, il colloquio con Trump è il primo vero test internazionale. Intanto, dopo mesi di scontri e minacce di dazi, Stati Uniti e Cina hanno raggiunto in Malesia un’intesa preliminare che congela la nuova ondata di tariffe americane e riapre il dialogo. Tanto è bastato a scatenare l’euforia dei mercati: anche i listini europei e Wall Street hanno chiuso in rialzo, con forti guadagni nei settori dell’energia, agroindustria e semiconduttori. Gli operatori vedono nella tregua la possibilità di un alleggerimento delle tensioni commerciali e di un raffreddamento dell’inflazione globale. «Abbiamo raggiunto un quadro sostanziale che i leader discuteranno in Corea», è la formula usata domenica dal segretario al Tesoro Usa, Scott Bessent, confermando che l’aumento del 100 per cento dei dazi previsto dal 1° novembre è stato sospeso. Pechino, in cambio, rinvierà di un anno il nuovo sistema di licenze sulle terre rare, elementi strategici per l’industria anche della difesa, e riprenderà gli acquisti di soia americana. «Una grande notizia», si affretta a scrivere su X la segretaria all’Agricoltura, Brooke Rollins. «L’impegno della Cina ad acquistare quantità consistenti di soia statunitense riporta il mercato in equilibrio e garantisce anni di prosperità ai nostri produttori». Secondo il New York Times, l’accordo riporterebbe i rapporti tra Washington e Pechino «allo status quo di inizio anno», dopo una lunga sequenza di escalation e tregue effimere. Ma dietro la pace commerciale si intravede di più. Il viaggio asiatico di Trump è anche un test di leadership globale. Dopo Tokyo, il presidente volerà in Corea del Sud per incontrare Xi, con la guerra in Ucraina sullo sfondo e la possibilità di un incontro con il leader nordcoreano Kim Jong Un. «È un momento di responsabilità condivisa», spiega Bessent alla Nbc. «Le parti discuteranno di un commercio più equilibrato e della visione di pace globale del presidente Trump». Xi arriva forte del nuovo piano quinquennale, che rafforza l’autonomia tecnologica e la manifattura cinese, ma consapevole che la guerra dei dazi ha rallentato l’economia nazionale e spaventato gli investitori esteri. La sospensione del sistema di licenze sulle terre rare – introdotto dopo le sanzioni americane di aprile – è un atto distensivo, ma anche una mossa strategica per mantenere il controllo sul mercato delle materie prime critiche. Pechino conta per oltre il 90 per cento della raffinazione mondiale e sa di poter incidere sulle filiere di difesa e di energia occidentali. Trump, invece, rivendica di aver imposto «condizioni più eque» costringendo la Cina a trattare, ma alla Casa Bianca sanno che il braccio di ferro ha avuto un prezzo: inflazione, rallentamento industriale e tensioni con gli alleati asiatici. «Entrambe le parti possono farsi male a vicenda», ha osservato Paul Triolo, analista del gruppo Dga-Albright Stonebridge, «e finora il risultato è stata una riduzione della quota di mercato per le imprese di entrambi i Paesi».