Sembra una concessione, magari alla corrente alla quale appartiene e che è comunemente considerata a destra nella geografia dell’associazione nazionale delle toghe magistrati, Magistratura Indipendente, ma non lo è per niente la promessa del presidente Cesare Prodi di non politicizzare l’avversione referendaria alla riforma della giustizia targata Nordio. Dal nome del guardasigilli che se l’è volentieri intestata.

Il governo - si è impegnato Parodi parlando nel “palazzaccio” romano della Cassazione ad un’assemblea di colleghi in attività o in pensione, o semplicemente passati ad un’altra professione continuando a indossare la toga nel cuore - non sarà l’obbiettivo della campagna referendaria. Lo saranno solo la separazione delle carriere fra giudici e pubblici ministeri, la correlata divisione del Consiglio Superiore della Magistratura, il sorteggio al posto delle relative elezioni spartitorie fra le correnti, l’alta Corte di giustizia introdotte dalla riforma. Come se un provvedimento di tale portata, dopo almeno una trentina d’anni di confusione, a dir poco, nella gestione della giustizia, potesse prescindere dal governo e dalla maggioranza che l’hanno concepita. E non nascosta, ma promessa agli elettori che hanno gradito facendo vincere al centrodestra le elezioni anticipate- non dimentichiamolo - di tre anni fa. La concessione - o la finta, come dicono a Roma - del presidente dell’Anm nasce dalla consapevolezza realistica, direi, della stabilità del governo in carica. Che, pur mantenendo i conti sotto controllo è riuscito a tenere e persino a migliorare la sua credibilità elettorale.