«Parmesan», «Mozarella», il Colosseo o la nostra penisola stampati sulle etichette. Sono solo alcuni esempi del fenomeno conosciuto come ”Italian sounding” che consiste nella produzione e nella commercializzazione di prodotti - spesso generi alimentari - che con nomi, colori, immagini e simboli apposti sulle confezioni, richiamano l’italianità dei prodotti ma che non presentano alcun legame con il nostro territorio. Un fenomeno che genera un giro d’affari di 120 miliardi di euro e determina un danno non trascurabile per i produttori nazionali e per i consumatori, oltre a mettere a rischio la corretta percezione della qualità del made in Italy. A contrastarlo la Guardia di Finanza che, secondo i numeri contenuti nel rapporto stilato in occasione della “Giornata della lotta alla contraffazione per gli studenti”, nell’ambito della tutela del Made in Italy ha effettuato dal primo gennaio al 30 settembre di quest’anno 542 interventi, sequestrando 28 milioni di prodotti «recanti falsa e fallace indicazione del made in Italy» e denunciando 90 responsabili.
Un’espressione, “made in Italy”, che evocando standard qualitativi elevati, è particolarmente appetibile per i “furbetti” che vogliono vendere con più facilità i propri prodotti. D’altra parte, come sottolineato nel rapporto della Gdf, le statistiche relative all’import/export di merce dall’Italia, pubblicate dall’Osservatorio economico del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale a settembre 2025, in riferimento al primo semestre di quest’anno, collocano l’Italia al sesto posto tra i Paesi esportatori al mondo, con una quota di export globale del 3.09%. Non solo generi alimentari. I beni nazionali maggiormente esportati nei primi sei mesi dell’anno, sono stati i macchinari e le apparecchiature (per un valore di 49 miliardi di euro), i prodotti farmaceutici (per 35 miliardi), quelli alimentari (per quasi 24 miliardi di euro), della metallurgia (per oltre 21 miliardi di euro) e chimici (per oltre 20 miliardi di euro).






