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Quando la politica entra dalla porta, la giustizia scappa dalla finestra. Al giornalismo invece basta qualche dossier

Standing ovation, canterebbe Vasco Rossi. Ieri si è svolta in Cassazione l'assemblea dell'Associazione nazionale magistrati, il sindacato delle toghe mai così politicizzato. Se n'è accorto pure il pm antimafia Nino Di Matteo, un magistrato così ingenuo da credere alle panzane del pentito di Via D'Amelio Vincenzo Scarantino e persino alle lusinghe del Guardasigilli M5s Alfonso Bonafede che gli aveva promesso il Dap e poi l'ha scaricato.

Quando la politica entra dalla porta, la giustizia scappa dalla finestra. Al giornalismo invece basta qualche dossier. Ieri l'Anm ha dedicato un applauso lunghissimo al conduttore di Report Sigfrido Ranucci, vittima di un gravissimo attentato su cui è giusto fare presto luce. Ma Ranucci è anche l'esegeta di un metodo - quello di Report, appunto - in cui alla verità delle sentenze spesso si preferisce la puzza dei complotti, il fascino delle trame segrete, l'incanto di manine e manone che fanno e disfano. È lo stile tipico dei gazzettieri delle Procure, la cultura del sospetto che Giovanni Falcone - uno ammazzato da vivo da Anm e Csm prima che a Capaci - teorizzava come l'antitesi al diritto, ovvero la colpevolezza a prescindere dalle prove. E cosa ha detto Ranucci alle toghe? Che la giustizia non funziona? Che l'Italia ha il record europeo di condanne per errore giudiziario e ingiusta detenzione? Macché: "Ho grandissimo rispetto e grandissima fiducia nella magistratura come cittadino italiano, nonostante abbia un numero di denunce enorme - 220 - e quindi dovrei essere quello più arrabbiato". E sulla separazione delle carriere, quella che Falcone teorizzava dopo la riforma del 1989? "Sono contrario perché dove c'è, il pm è sottoposto al potere politico".