Il segretario della Cgil, Maurizio Landini, una settimana fa, parlando del Piano di pace di Trump per Gaza (che non si capisce come rientri nelle competenze della Cgil), ha detto che la Meloni «si è limitata a fare la cortigiana di Trump». È scoppiata una polemica sul termine “cortigiana” perché - ha rilevato la premier, dizionario alla mano- significa «donna di facili costumi. Prostituta». Meloni ha giustamente tuonato: «Ecco a voi un’altra splendida diapositiva della sinistra: quella che per decenni ci ha fatto la morale sul rispetto delle donne, ma che poi, per criticare una donna, in mancanza di argomenti, le dà della prostituta».
Landini ha poi spiegato che lui, con quella parola, intendeva dire: «Stare alla corte di Trump, essere il portaborse di Trump». Un rattoppo riuscito male, senza scusarsi come avrebbe dovuto. Ma in questa frase c’è tutta l’irritazione della sinistra per il fatto che il governo italiano ha appoggiato la tessitura diplomatica del presidente americano e i fatti gli hanno dato ragione, mentre hanno dato torto alla sinistra che in Parlamento non ha voluto votare in appoggio al Piano di Trump.
La sinistra - che tranne alcune eccezioni non ha preso le distanze da Landini per quell’epiteto - ha poi utilizzato proprio il suo concetto del “servilismo” contro Meloni nel recente dibattito parlamentare sulla politica estera e ne ha fatto addirittura la sua linea. Tralascio chi al Senato ha definito la premier italiana «cheerleader» del presidente Usa. Ma la stessa Elly Schlein ha attaccato Meloni sostenendo che in politica estera «si fa dettare l’agenda da Trump». Secondo la segretaria del Pd, la premier invece dovrebbe stare al seguito di Ursula von der Leyen.






