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Le forze speciali della Corea del Nord sono state protagoniste di numerose incursioni nel Sud, dimostrando un'audacia e uno spirito di sacrificio senza precedenti
Piccoli uomini risoluti, armati di coraggio e devozione, imbracciano pistole mitragliatrici ceche del tipo Skorpion e pistole Browning Baby con silenziatori artigianali. Ognuno porta con sé diverse granate, mappe del territorio in cui dovranno infiltrarsi e, nei tasconi delle capienti mute da sub corredate di salvagente, scorte di cibo, binocoli, macchine fotografiche e valuta sudcoreana. Negli zaini, uniformi nemiche per “camuffarsi” dopo aver raggiunto la riva — talvolta quella del mare, talvolta quella di un fiume che divide il Nord dal Sud, già teatro di due feroci battaglie: l’Imjin.
Per un Paese come la Corea del Nord, che non ha mai potuto contare su mezzi tecnologicamente avanzati per condurre operazioni di spionaggio in territorio nemico, le missioni basate sulla Human Intelligence — ossia l’impiego fisico di spie al di fuori dei confini nazionali — hanno rappresentato a lungo l’unica risorsa. Per questo motivo, l’invio di sottomarini tascabili e uomini rana in missioni di ricognizione e raccolta di informazioni si è protratto fino alla fine del XX secolo, nonostante il rischio costante di fallimenti compromettenti.






