C’è un detto che nei casinò suona come una sentenza: “Il banco vince sempre”. Ma questa volta, a quanto pare, il banco non solo vinceva: barava. E lo faceva con la tecnologia.

Al centro di una vicenda che sta scuotendo l’America, e in particolare gli appassionati di basket, c’è Chauncey Billups, coach dei Portland Trail Blazers ed ex leggenda Nba, accusato insieme ad altri – tra cui l’ex giocatore Damon Jones e membri di spicco delle famiglie mafiose Gambino, Bonanno, Lucchese e Genovese – di aver partecipato a un sofisticato sistema di partite di poker truccate, orchestrate da una rete criminale che applicava al gioco d’azzardo l’ingegneria dei microchip.

I cosiddetti “Face Cards” – ex atleti di fama utilizzati come esca per attrarre milionari ai tavoli privati di Manhattan – erano l’esca di partite che non avevano nulla a che fare con fortuna, bluff o poker face.

Dietro le quinte infatti, invisibile agli occhi dei “pesci” che finivano nella rete, si giocava un’altra partita, molto più tecnologica, fatta di hardware modificato, comunicazioni wireless e occhiali speciali per riconoscere le carte appoggiate sul tavolo.

Poker 2.0: anatomia di una truffa tecnologica