Gian Paolo Bregante, l'ex comandante di navi 72enne che un anno fa ha ucciso la moglie Cristina Marini a Sestri Levante (Genova), non ha "agito per provocazione" ma ha "peccato d'orgoglio".

E' quanto scrivono, in sintesi, i giudici della corte d'assise (presidente Massimo Cusatti) nelle motivazioni della sentenza di condanna a 15 anni.

All'uomo non è stata riconosciuta l'attenuante della provocazione, come aveva chiesto il pm Stefano Puppo.

La difesa (avvocati Federico Ricci e Paolo Scovazzi) aveva chiesto il proscioglimento per totale infermità di mente e, in subordine, al seminfermità. L'uomo, dopo avere sparato alla moglie, aveva chiamato i carabinieri. Aveva sostenuto di averla uccisa perché lei non voleva curare la depressione. Questo, secondo il suo racconto, avrebbe comportato un peggioramento delle sue condizioni rendendola sempre più insofferente e aggressiva.

Secondo i giudici, "Bregante s'è determinato a uccidere non già per un qualche movente perverso o comunque odioso, ma perché logorato, fiaccato nell'animo e nel fisico dalla presa d'atto della propria impotenza di fronte alle condizioni realmente insopportabili in cui la malattia della psichica aveva fatto precipitare sua moglie". Il limite "dell'imputato - continua la Corte - è stato quello di presumere di riuscire a resistere ancora a quella convivenza forzata: ma questo peccato d'orgoglio pare il sintomo di una debolezza caratteriale mascherata da quella sicumera impostagli da anni di esercizio del suo ruolo professionale di 'comando'".