Le banche potranno “affrancare” i 6,2 miliardi di euro accantonati nel 2023, per evitare il salasso sugli extraprofitti, una tassa speciale del 27,5%. Aliquota che vale solo per il 2025 e che sale, poi, al 33% dal prossimo anno. Non è tutto. Per costringere, di fatto, gli istituti a versare gli 1,8 miliardi in ballo, il governo ha introdotto una sorta di obbligo mascherato ovvero la presunzione di utilizzo di quel fondo da 6,2 miliardi a partire dal 2028. L’affrancamento delle riserve straordinarie, comunque, non farà scattare un dividendo automatico, scelta che spetterà ai consigli di amministrazione.

Quanto alle altre misure sul credito, è confermato il giro di vite sulle svalutazioni delle perdite su crediti che non potranno essere più dedotte in blocco in un anno, ma un quinto nell’anno in cui è fatta la svalutazione in bilancio e il resto nei quattro anni successivi. È prevista, poi, una tagliola ulteriore sulle imposte differite (Dta), con la sospensione della deduzione dei componenti negativi. Gli interessi passivi si potranno dedurre, poi, al 96%, come per le Sgr, e non più al 100%.

E ancora: l’aliquota Irap, già maggiorata dello 0,75% rispetto a quella base, sale di due punti percentuali dal 4,65% al 6,65%. Fin qui, gli esborsi delle banche. Quelle che hanno partecipazioni estere, però, verranno ristorate dallo Stato, per un totale di circa 1,5 miliardi, in virtù della sentenza della Corte di giustizia Ue, nella causa vinta da Medionalum, che ha giudicato illegittima l’Irap sul 50% dei dividendi incassati dalle partecipate estere. Una mini-compensazione, per i soli istituti che hanno attività societarie oltreconfine, che trasforma almeno una parte del pacchetto “banche”, in una partita di giro.