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Il nome di Barghouti continua a riemergere in ogni discussione diplomatica sul futuro della Cisgiordania e sulla possibilità di una nuova leadership palestinese

Nel villaggio di Kobar, a nord di Ramallah, la casa d’infanzia di Marwan Barghouti è oggi un edificio semidistrutto, pareti crepate che raccontano la vita del leader palestinese più popolare, detenuto in Israele dal 2002 e condannato a cinque ergastoli per il suo ruolo durante la Seconda Intifada. Per Israele è un terrorista, ritenuto mandante di cinque omicidi compiuti da militanti di Fatah. Per molti palestinesi è un prigioniero politico.

Da mesi la famiglia denuncia un aggravamento delle sue condizioni di detenzione. A metà settembre, secondo testimonianze di cinque ex detenuti liberati nello scambio con ostaggi israeliani, Barghouti sarebbe stato aggredito da otto guardie carcerarie durante un trasferimento. Il governo israeliano ha negato l’episodio. Tuttavia, organizzazioni per i diritti umani e fonti carcerarie confermano un regime di isolamento prolungato iniziato con la guerra a Gaza nell’ottobre 2023. Secondo il fratello, intervistato da Repubblica, "non è la prima volta che lo pestano".