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Ultimo aggiornamento: 8:51

Alla legge del campetto non si scappa: “Chi segna, regna”. E se Matt Kiatipis ha la corona sul capo, auguri a giocarci contro e restare calmi. Quando fa muovere la retina con un canestro, torna in attacco con la faccia cattiva. L’espressione di chi detta le regole a casa sua e nel frattempo tempesta l’avversario di provocazioni come il Kevin Garnett dei tempi d’oro. 25 anni, canadese di Newmarket (Ontario), MK – questo il nome con cui è conosciuto – ha trasformato il basket di strada in un palcoscenico con i suoi uno contro uno irridenti, che permettono gesti e contatti al limite del regolamento. A sfidarlo in una sola metà campo, nei playground delle grandi città del mondo, sono soprattutto i ragazzi della generazione Z. I match poi finiscono sui social, dove il classe 2000 è diventato una star e, tra Instagram e Tik Tok, vanta quattro milioni di follower. Tra gli “influencer del campetto”, pochi altri fanno meglio di lui: per esempio lo statunitense “The Professor”, creator con cui ha collaborato e che grazie alla sua straordinaria abilità tecnica è seguito sulle piattaforme da più di 12 milioni di persone.

Kiatipis, comunque, ha una community di fedelissimi. Basta che pubblichi una storia sui suoi profili, annunciando luogo e orario del raduno per competere con lui, e comincia la mobilitazione. Tutti vogliono affrontarlo, in quelle mini-partite al meglio dei cinque punti che tra i più giovani sono già un cult. Perché MK, 1,91 cm, tecnico ed esplosivo, è capace di schiacciate da highlights ed è dotato di un eccellente controllo di palla con cui si fa beffe degli avversari. Ma è anche un performer e intrattenitore: accoglie con energia le invasioni di campo dopo un canestro spettacolare e ama il trash talking, le provocazioni e gli insulti scherzosi – ma spesso anche pesanti e ben assestati – che rendono l’ambiente più carico di tensione emotiva. Così il 25enne canadese gioca con la mente di coloro che provano a batterlo, creando un vero e proprio show. Intorno a lui si forma sempre una grossa calca e per assistere ai match non serve un biglietto. Farlo dalle prime file, però, è quasi impossibile: c’è chi si arrampica sugli alberi, chi sulle panchine e chi, con il braccio sollevato, riprende e osserva dallo smartphone.