Caricamento player
Fino a dieci anni fa, la Lettonia per me non era che qualche storia di famiglia, raccontata in poche parole, eventi scollegati l’uno dall’altro su uno sfondo grigio nebbia. La fuga di mia madre bambina insieme ai suoi genitori, durante la guerra, su una barca verso la Svezia. I parenti deportati in Siberia. L’amica della nonna che si vestiva rigorosamente dall’alto in basso, dal cappellino alle scarpe. L’amato zio ucraino che sapeva disegnare i cavalli, poi una notte lo prelevarono e scomparve. Negli ultimi dieci anni il paese inesistente della mia infanzia è diventato per me un paese reale, dove spesso viaggio raccogliendo e collegando fili.
Gli avi materni in una foto dell’Ottocento (archivio Margherita Carbonaro)
* * *
Eccola, la frontiera. Comparsa all’improvviso dopo un tratto di bosco. In questo punto la strada asfaltata corre a meno di cinquanta metri dalla barriera di rete metallica con il filo spinato. È una giornata grigia di un’estate dubbiosa. Mi trovo in Latgallia, la regione più orientale della Lettonia che qui, nella sua parte settentrionale, confina con la Russia, e più in basso con la Bielorussia.






