PADOVA. Tre bare avvolte nel tricolore. Tre picchetti d’onore. Tre carabinieri che non ci sono più: si chiamavano Marco Piffari, Davide Bernardello e Valerio Daprà. È per loro questo funerale di Stato di un Paese, per una volta, unito. C’è il governo, c’è l’opposizione. Ci sono tutte le istituzioni locali. Ci sono i generali e gli allievi, le famiglie delle vittime e migliaia di cittadini commossi.

Il primo applauso è all’arrivo del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il secondo, ma questo mischiato alle lacrime, è quando i tre feretri sono ormai sul sagrato della Basilica di Santa Giustina. Se è difficile capire gli applausi a un funerale, questa volta non è così. Sono un modo per dire grazie, grazie per un sacrificio così grande da essere portato fino alle estreme conseguenze. Ed era tutto chiaro, visibile. I cappelli dei carabinieri sul cuscino. Pezzi della divisa, ciò che resta dopo l’esplosione.

Funerali di Stato dei carabinieri morti a Castel d'Azzano, applausi e picchetto d'onore per le bare

I reparti speciali di Verona e Padova stavano facendo una perquisizione per mettere in sicurezza il casolare dei fratelli Ramponi a Castel d’Azzano. Dopo due anni di trattative e mediazioni andati a vuoto, dovevano eseguire lo sfratto. «Onori ai caduti», dice la voce di un’ufficiale donna. E su cosa sia successo, all’alba del 14 ottobre, ora non ci sono più dubbi. Con il viso completamente fasciato per le ustioni, a parte la feritoia della bocca, è stato il carabiniere Andrea Carestiato a spiegarlo prima dell’inizio delle esequie: «Eravamo dentro, in fondo alle scale. Chi un metro più avanti, chi un metro più indietro. Stavamo per salire al primo piano della casa quando, con quel gesto folle che ben sapete, tutto è saltato in aria. Siamo stati travolti dalla deflagrazione. Eravamo vicini. Compatti. Pronti a entrare. Io sono sono partito via con l’esplosione, svenuto. Salvarsi o non salvarsi è stato solo una questione di fortuna. Ci è caduto il mondo addosso». La casa era satura di gas. È stata Maria Luisa Ramponi a innescare lo scoppio. Ancora ricordando il tenente Piffari, il carabiniere Andrea Carestiato dice: «Era il nostro comandante, si era tolto la licenza per essere quel giorno al lavoro con noi».