A cento anni esatti dalla prima grande mostra realizzata da un Salvador Dali appena 21enne, alle Galeries Dalmau di Barcellona, la poliedrica figura del maestro catalano del Surrealismo si “ricompone” idealmente a Roma con i suoi vari (e spesso diversissimi) periodi artistici. Un prodigio mirabile reso possibile grazie all’attesa esposizione internazionale dal titolo che è esso stesso evocativo: Dalì.

Rivoluzione e Tradizione.

Tre parole, due delle quali apparentemente in contraddizione, che invece trovano una coerenza unica proprio nel nome del grande artista che più di chiunque altro ha saputo rappresentare e forse anche impersonare l’estro, la follia, l’ambizione ma anche la tragedia e le mille avanguardie artistiche di un secolo che Salvador Dalì ha percorso quasi per intero. Del resto, fu proprio in quell’occasione, vero e proprio battesimo al pubblico, che un Salvador allora giovanissimo ma, evidentemente, con le idee già sufficientemente chiare, scelse come citazione conclusiva del suo catalogo le parole dello storico dell’arte francese Elie Faure che così recitavano: «Un grande pittore ha il diritto di riprendere la tradizione solo dopo aver attraversato la rivoluzione, che altro non è che la ricerca della propria realtà».