BUENOS AIRES – La paccottiglia peronista calendari, distintivi, quadretti in cornici di latta è esposta in bell’ordine su due grandi tavoli. Peron in divisa, in frac, a cavallo. Evita con un abito di Christian Dior nel suo palco al teatro Colon, o in tailleur tra i “descamisados”. Evita e Peron al balcone della Casa Rosada, in orribili salotti coi telefoni bianchi, nei brefotrofi attorniati da orfani plaudenti. Sicché l' impressione, quando si giunge al quartier generale peronista nell’Avenida Belgrano, è quella di giungere dinanzi ad un santuario. Un uomo anziano è addetto alla vendita; e nei pochi minuti che resto nel portone in attesa dell’ascensore, tra il va e vieni dei militanti del partito, vedo che i santini giustizialisti si vendono come il pane.

Dopo un po' sono nello studio di Antonio Cafiero, il leader peronista che ha trionfato alle elezioni di settembre e che nell’89 salvo sorprese improbabili sarà il presidente dell’Argentina. Cafiero è considerato il capo dei renovadores, di quei dirigenti che a quanto sento dire da giorni stanno trasformando il movimento giustizialista, purgandolo dei "gangsters” che vi spadroneggiavano, della vocazione autoritaria, del folklore più indecente. Così, la mia prima domanda al nuovo governatore di Buenos Aires è pressoché obbligata: possibile, chiedo, che dopo tanti anni il peronismo vada ancora avanti con la sua mistica e i suoi santini, metà partito politico metà culto dei due Grandi Morti? Di quale “renovacion” si può parlare se ancora, e proprio sotto gli uffici dei “renovadores”, siamo al commercio delle immaginette? Un settantenne corpulento.