Victoria Beckham si racconta senza filtri. Nella nuova docuserie Netflix, dedicata alla sua vita, l’ex Spice Girl rompe il silenzio sulla battaglia nascosta che ha combattuto per anni: un disturbo alimentare nato sotto il peso del giudizio mediatico e coltivato in solitudine, perfino all’insaputa dei suoi genitori. “Cercavo di controllare il mio corpo in modi incredibilmente malsani”, dice oggi, a 51 anni, con la voce rotta ma lucida. Il suo racconto ha fatto il giro del mondo. Ha riaperto una ferita ancora aperta per milioni di donne – e uomini – che convivono con un disagio profondo, spesso invisibile, spesso negato.

In Italia, però, mentre le storie di dolore e rinascita come quella di Victoria arrivano sugli schermi, la politica sanitaria sembra andare nella direzione opposta: tagliare, ridurre, ignorare. "Proprio ora che i disturbi alimentari sono in crescita esponenziale tra gli adolescenti – denuncia la psicoterapeuta Laura Dalla Ragione, Coordinatrice Rete DCA Regione Umbria e Docente Università Campus Bio-Medico di Roma – la Regione Lazio approva un decreto che limita a soli 90 giorni i ricoveri nelle strutture residenziali. Passato quel termine, i pazienti vengono dimessi o le famiglie devono pagare una quota insostenibile: il 40% della retta, circa 3.000 euro al mese".