Un vecchio libro le definiva le «Spie Imperfette», perché il valore dell’intelligence non è mai stato una priorità dei combattenti italiani del giovane stato Sabaudo. Si dice che La Marmora fosse più preoccupato del dolce servito alla mensa degli ufficiali che delle mosse del nemico, sottovalutando le informazioni sul campo a poche ore dalla battaglia. Poi cent’anni fa la svolta, sotto la pressione di un regime che voleva sapere tutto sui suoi sudditi, prima ancora dei nemici. E forse la sconfitta delle Regia Marina Italiana a capo Matapan insegna quanto fossero determinanti le notizie di intelligence che l’ammiraglio inglese Andrew Cunningham, come tutti i condottieri apicali britannici, poteva disporre a piacimento, senza limiti, con il solo obiettivo di vincere soffiando i segreti al nemico. Con qualsiasi mezzo.

Un secolo di storia, quella degli 007 italiani, in cui «la realtà è completamente mutata: sono cambiati gli strumenti, le minacce, le sfide». Ma, sottolinea Vittorio Rizzi, direttore generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, «di fatto la missione dell’intelligence è rimasta la stessa. Proteggere la Repubblica, difendere i suoi interessi vitali, garantire la libertà e la sicurezza dei cittadini nel rispetto della Costituzione e della legge». Discrezione, riservatezza: queste le parole chiave per «celebrare chi opera in maniera nascosta per la sicurezza del Paese». E, raccontano, c’è un episodio, più di altri, che traccia il quadro di questo operare silenzioso. La storia di una donna arrivata da Gaza all’ospedale de Il Cairo dopo un lungo viaggio notturno. «Ma insomma, posso sapere chi mi ha salvata?», chiede ripetutamente durante la cena. Nessuno risponde, nessuno si fa avanti. E suor Giuseppina, impegnata a servire il pasto, sussurra enigmatica: «Ti ha salvato l’Italia».