Sorvola il golfo di Suez con il nuovo jet dell’aeronautica militare. Giorgia Meloni è in anticipo, vittima al pari degli altri diciannove leader del mega ritardo di Donald Trump. E dunque inganna il tempo fumando una sigaretta. «Stai alla grande», le dice Recep Tayyip Erdogan quando la incrocia. «Però devo farti smettere di fumare in qualche modo...». «Lo so, lo so...», si arrende la leader. Quando è il turno dei saluti sul palco rosso, il tycoon la accoglie con il sorriso: «Chi è questa donna? Una donna bellissima. È una leader molto forte. Incredibile e molto rispettata». E ammettendo di essersi esposto con un commento inappropriato, aggiunge: «È molto bella. Se lo dici negli Stati Uniti, di solito è la fine della carriera. Ma lo dico lo stesso perché è vero».

Fin qui, il trumpismo purissimo. Ma c’è una promessa politica che la premier porta a Sharm el-Sheikh, dopo aver celebrato sui social una «giornata storica», anzi «enorme, che potevamo solamente sognare». È la disponibilità pubblica a schierare militari italiani nella Striscia. Un’opzione che va oltre l’addestramento delle reclute. «I nostri carabinieri già da anni formano la polizia palestinese. Siamo pronti a implementare questa presenza, fino ad arrivare a una partecipazione a una forza di stabilizzazione». Serve però, aggiunge, una richiesta degli alleati, una «risoluzione delle Nazioni Unite» e «un passaggio parlamentare, sul quale spero che si possa votare all’unanimità». Non è un passaggio banale, anche perché potrebbe andare oltre l’impiego dell’Arma e coinvolgere l’esercito, come Unifil in Libano. Le domandano: intende soldati? La premier non esclude nulla: «Da parte mia c’è la volontà politica. Non è interposizione, è monitoraggio del cessate il fuoco».