Intestino e cervello, un rapporto sempre più studiato e discusso. E ora uno studio aggiunge un ulteriore tassello. Ma facciamo prima un passo indietro: a partire da Aristotele, l’idea che gli esseri umani posseggano cinque sensi si è radicata sempre più nel tempo. Li conosciamo tutti: il gusto, l’olfatto, l’udito, il tatto e la vista. Sappiamo anche che il cervello riceve, interpreta e rielabora i segnali provenienti da questi sensi, generando risposte appropriate. Tuttavia, l’assunto, seppur confortante, che sia sempre il cervello a decidere delle nostre azioni, indipendentemente dagli stimoli (interni o esterni), non è da dare per scontato. Insomma: forse non siamo completamente padroni delle nostre azioni, percezioni o sentimenti?Proviamo a immaginare l’esistenza di una sorta di centralino all’interno del nostro intestino, dove cellule specifiche, come sentinelle, ascoltano i segnali prodotti dai batteri, comunicando con il cervello per modificare il comportamento alimentare. Un senso nuovo, nascosto perché ubicato nell’intestino, che percepisce la presenza di microbi e genera risposte comportamentali in tempo reale, al fine di garantire una coesistenza pacifica e dinamica. Ebbene, questa possibilità è stata appena suggerita da un recente studio pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, condotto da un gruppo internazionale di ricercatori che coinvolge le università di Stanford, Duke, Pennsylvania, Arizona, istituti come il Massachusetts Institute of Technology (MIT) e il Monell Chemical Senses Center di Philadelphia, nonché i gruppi messicani del CINVESTAV e dell’Ospedale Generale del Messico Dr. Eduardo Liceaga. Questa scoperta apre un nuovo capitolo nello studio delle interazioni tra i microbi e il sistema nervoso centrale, ampliando le nostre conoscenze sul ruolo dei batteri intestinali non solo nella digestione, ma anche nel modulare comportamenti alimentari e funzioni cerebrali.Un telefono con filiLa parte centrale di questa storia è una molecola chiamata flagellina, una proteina presente principalmente nel flagello batterico, una sorta di coda che permette ai batteri di nuotare un po’ come succede per gli spermatozoi, immagine più nota nell’immaginario collettivo. È una proteina molto antica: la maggior parte dei batteri possiede infatti questa struttura, risultato di milioni di anni di evoluzione. Alcuni batteri del nostro microbiota intestinale rilasciano la flagellina, soprattutto dopo un pasto, e alcune cellule altamente specializzate, chiamate neuropodi, sono in grado di percepirne la presenza grazie a un recettore specifico: il TLR5 (Toll-like receptor 5). Il team di ricercatori ha scoperto che l’attivazione di questo recettore stimola il rilascio di un ormone, il peptide YY, che attiva un circuito nervoso diretto al cervello tramite le fibre del nervo vago, trasmettendo un segnale di soppressione dell’appetito. Questa comunicazione, molto rapida, costituisce un asse intestino-cervello, che i ricercatori hanno definito come “senso neurobiotico”: un sesto senso, distinto dalla percezione gustativa e sensoriale, che permetterebbe al cervello di rispondere in tempo reale ai messaggi inviati dai microbi intestinali, regolando così i comportamenti alimentari e influenzando le decisioni relative alla nutrizione e all’assunzione di cibo.Uomini e topiPer giungere a queste conclusioni sono stati utilizzati topi di laboratorio, tenuti a digiuno per una notte intera, ai quali è stata poi iniettata una dose di flagellina nell’intestino. Osservando le quantità di cibo consumato al risveglio, gli studiosi hanno notato che questi topi mangiavano di meno rispetto a quelli non esposti alla flagellina, suggerendo che la presenza di questa proteina possa contribuire a modulare l’appetito. Hanno poi ripetuto l’esperimento con topi transgenici, modificati geneticamente, nei quali il recettore TLR5 era stato rimosso: questi animali mangiavano pasti più abbondanti e tendevano ad aumentare di peso, risultando in una regolazione dell’appetito compromessa. Questo sistema di controllo agisce in modo separato dalle risposte immunitarie o dal metabolismo intestinale: si tratta di un segnale distinto, indipendente, diverso dagli altri meccanismi di difesa attivati in risposta a segnali di infiammazione, spesso associati a squilibri della flora batterica intestinale.Certo, al momento questi risultati sono stati osservati solo nei topi, e non si può ancora dire con certezza se e in che misura siano applicabili all’essere umano, considerando le importanti differenze tra le due specie. Tuttavia, questa scoperta apre a nuove prospettive di ricerca, che potrebbero portare allo sviluppo di interventi innovativi nel trattamento di condizioni legate all’alimentazione, come obesità e disturbi del comportamento alimentare. Se si confermasse anche negli esseri umani, ciò potrebbe rivoluzionare il nostro modo di concepire le cause e individuare nuove soluzioni a problematiche di salute pubblica, implementando approcci o diete più olistiche che tengano in considerazione anche il microbiota.Ospiti a cenaL’idea che possa esistere un sesto senso batterico è interessante non solo perché si aggiunge alle ormai solide evidenze che mostrano come il microbiota intestinale sia in grado di influenzare l’umore, la qualità del sonno e le abitudini alimentari, ma anche perché ribalta la narrativa tradizionale: il microbiota non sarebbe più solo un ospite, un passeggero, ma potrebbe essere un co-pilota della nostra macchina umana, capace di influenzare vari aspetti del nostro comportamento tramite la stimolazione del sistema nervoso. Il nostro corpo potrebbe quindi essere molto più interconnesso e influenzato da ciò che ci abita di quanto si immaginasse precedentemente. Forse non siamo solo ciò che mangiamo, ma anche ciò che i nostri microbi ci comunicano. Chi sono i veri ospiti, noi o loro?