Donald Trump è pronto a fare il suo ingresso trionfale a Gerusalemme. E la città è pronta ad accogliere il presidente degli Stati Uniti con tutti gli onori. Vicino al palazzo del comune è stata srotolata un’enorme bandiera a stelle e strisce. Nelle strade spuntano ovunque drappi Usa insieme a quelli israeliani. Nella Città vecchia, qualcuno azzarda anche la vendita di kippah con il volto del presidente o rosse con la scritta “Make America Great Again”. Mentre sulla facciata di un albergo, un enorme cartellone pubblicitario elettronico passa ogni trenta secondi un’immagine: quella di Trump con alle spalle le bandiere dei due Paesi e una scritta che non lascia spazio a dubbi “Ciro il grande è vivo”. Un rimando biblico al sovrano che liberò gli ebrei dall’esilio babilonese per farli tornare a Gerusalemme e costruire il Tempio.
L’attesa in città è alta. In questi giorni è stato il turno dell’inviato Steve Witkoff, del genero Jared Kushner, e della figlia del presidente, Ivanka. Ma è Trump la vera “star”. E la figura del tycoon ha unito il Paese in maniera trasversale. La destra radicale non ha apprezzato il suo piano di 20 punti, ma l’avere spostato l’ambasciata Usa a Gerusalemme e avere riconosciuto le Alture del Golan come parte dello Stato ebraico sono un credito ancora enorme per i nazionalisti e non solo. Il premier Benjamin Netanyahu lo considera un amico e il suo migliore alleato nella comunità internazionale. E anche l’opposizione sa che non può fare a meno del tycoon. Al punto che pure Yair Lapid, uno dei rivali di Bibi, aveva proposto Trump per il premio Nobel per la pace. Un sentimento che si respira anche tra i semplici cittadini e chi è arrivato a Gerusalemme in pellegrinaggio per la festa di Sukkot.












