Una pila di 115 monete da due euro. E poi banconote da 50 e da 20. Tutte false, in tagli piccoli, per non dare nell’occhio. Un sistema che sarebbe potuto andare avanti in eterno, visto che il proprietario del tesoro contraffatto aveva a disposizione anche una matrice per fabbricare il denaro. O almeno è questo ciò che pensa il pubblico ministero Raimondo Orrù, che accusa Rinaldo Chierici, messinese di 55 anni di “falsificazione, spendita e introduzione nello Stato di monete false”.
L’uomo è stato condannato a scontare 3 anni di carcere, pena sospesa. Per il denaro contraffatto, un bottino di 820 euro, sono state invece disposte la confisca e la trasmissione alla banca d’Italia.
Chierici non ha fatto tutto da solo. Si serviva di un canale che le autorità non hanno ancora individuato: “deteneva monete e banconote contraffatte di concerto con un intermediario non potuto identificare”, si legge nel capo d’imputazione.
Quello su cui, però, i magistrati non hanno avuto dubbi è il denaro contraffatto. I fatti risalgono al 4 marzo 2020. Quando i carabinieri della stazione di Roma Cecchignola, a margine di un’operazione coordinata dai colleghi di Messina, bussano alla porta di Chierici. Il loro intervento non aveva nulla a che fare con fenomeni di contraffazione del denaro.







