BELLUNO - La “Suburra” cortinese scuote l'intera provincia. Le infiltrazioni della criminalità romana (che cercava di prendere il controllo degli appalti e della vita notturna della Conca d'Ampezzo) non sono passate inosservate. E a qualcuno ricordano vagamente il Nevegal. Il “caso algerini” - senza girarci troppo intorno - seppur a livelli diversi. Il Colle dei bellunesi ha rischiato qualcosa di simile? A rileggere la ricostruzione fatta qualche mese fa dal socio italiano della cordata nordafricana (che parlava di - testuali parole - “lavanderia di denaro di dubbia provenienza”) sembrerebbe di sì. Solo che in Nevegal tutto si è fermato prima. Molto prima. «I fatti di Cortina sono un déjà vu di situazioni che si sono ripetute più volte negli ultimi decenni, a iniziare tra fine anni ’70 e ’80; ricordo forze politiche rappresentate dai senatori Peruzzotti e Boso (Lega Nord, ndr) che denunciarono, inascoltate, in Parlamento i fenomeni di penetrazione della malavita organizzata sia nel Nord Italia, nel Veneto sia anche nella conca cortinese. Vi fu anche il giornalista Emiliano Liuzzi che condusse delle inchieste brillanti su quei fatti» dice l'avvocato Luca Dalle Mule, presidente del Patto per Belluno (che in consiglio comunale a Palazzo Rosso ha sollevato fin dall'inizio dubbi sul caso Nevegal). «Al Patto è tornata in mente in questi giorni la mai chiarita vicenda degli investimenti che gli algerini avevano promesso di compiere sul Nevegal. Ebbe inizio poco dopo l’insediamento della giunta: agli algerini fu steso – come si suol dire – il “tappeto rosso” e furono ricevuti in “pompa magna” in Comune».