"Se da domani cominceranno ad entrare 600 camion di aiuti, ed ogni giorno ne arriveranno altrettanti, ci vorranno almeno due-tre mesi per avere un minimo di normalità a Gaza.
Ma intanto c'è un primo effetto della tregua: i prezzi al mercato nero sono un pochino scesi". A parlare è Sami Abu, della ong Acs - Associazione di Cooperazione e Solidarietà che in tutti questi due anni è rimasta a Gaza e ora chiede di "fare presto con gli aiuti". "Abbiamo fatto quello che potevamo - spiega Sami - ma i magazzini sono vuoti: servono medicine, cibo, acqua potabile, materiale per ricostruire le strade e gasolio: un litro ora costa 25 euro, prima della guerra 1,50. Qui il gas non c'è e il gasolio serve per riaccendere i forni e le cucine". "Tutte le organizzazioni internazionali vigilino e facciano pressione su Israele - conclude Sami - per consentire l'accesso costante degli aiuti".
Sono molte le Ong rimaste nella Striscia di Gaza, anche se la maggior parte ha operato con solo gli operatori umanitari palestinesi: ActionAid, Save the Children, Oxfam, Emergency, Cesvi, Terre des Hommes, Medici Senza Frontiere, che nelle ultime settimane si è ritirata da Gaza City ed ha continuato ad operare nel centro e al sud. E la ong italiana 'Vento di terra' che opera con personale palestinese, nota perché realizzò la scuola delle gomme con i copertoni riciclati. "E' necessario - dice Amil Sawalmeh, direttore ActionAid in Palestina - un cessate il fuoco permanente e un accesso umanitario completo. La comunità internazionale è chiamata a garantire che tutti gli impegni vengano mantenuti. E qualsiasi processo di ricostruzione deve essere guidato dai palestinesi stessi che hanno il diritto di decidere il proprio futuro".






